557 lettureIn quasi trent'anni di ecomodel, qualcuno ha avuto la bontà di ringraziarmi perchè, qualche volta, scrivo non solo di gomme e motori. Ne approfitto spudoratamente e propongo una cosa che è sugli scaffali delle librerie e sta ottenendo ottimi riscontri di critica e di vendite.
E' un libro di racconti di un personaggio incredibile che ho avuto il piacere di essere chiamato a tradurre.
Perchè questa pubblicazione? Sicuramente non per fare pubblicità poichè non cito il titolo e tanto meno la casa editrice.
Mi sono accuratamente limitato a riportare il nome dell'autore che ho tradotto e dopo avergli chiesto il permesso della pubblicazione "fuori copyright", perchè è doveroso e se lo merita. E allora, ancora una volta, perchè?
Intanto perchè trovo che sia un bellissimo racconto, poi che l'autore poteva difficilmente trovare un traduttore altrettanto vicino alla sua "pazzia" ed infine perchè credo fermamente che faccia bene a tutti noi non limitarsi a leggere soltanto le istruzioni della Kyosho o, forse, nemmeno quelle.
P.S. Ho avuto occasione di conoscere e chiacchierare con Ridvan Dibra... è veramente pazzo da legare.
Quando incontrai per la prima volta il suo sguardo, erano le otto del mattino e per un momento ebbi la sensazione che dentro la testa mi si fosse scaricato un fulmine: prima mi si inumidirono gli occhi, poi un giramento di testa e da qualche parte, in mezzo alle costole, sentii come un terremoto.
Accadde come se l'anima mi si stesse violentemente frantumando come i ghiacciai polari sotto l'azione di una corrente calda. Da quel momento capii come quei pezzi d'anima, violentemente separati uno dall'altro, non avrebbero mai più potuto riunirsi.
Era lo sguardo persistente al quale in nessun modo si può sfuggire.
Tentai di ammirare il cielo d'autunno, pulito ed innocente come un pube rasato: del tutto inutile.
Provai a distrarmi rovistando tra i cassetti della scrivania: del tutto inutile.
Quello sguardo continuava a cercarmi insistentemente, mi trovava e mi attraversava come un trapano.
Era uno sguardo quasi maligno e ne sentivo il peso ovunque: negli occhi, nell'anima, nel cervello (qui soprattutto), nelle mani, nel pene. Ovunque.
Dopo un minuto, presi il coraggio di affontare nuovamente il suo sguardo con un desiderio affamato di riuscire a leggere qualcosa di più, ma venni assalito dal terrore.
Sentii, con la velocità del fulmine, che quello sguardo sarebbe stato il mio destino.
Era la mia vita e la mia morte.
Da quel momento quello sguardo avrebbe attraversato tutti i momenti della mia vita: le nascite e gli aborti, le speranze e le delusioni, esattamente come i grani del rosario e... solo Dio sapeva come il destino avrebbe giocato con quei grani.
Osai nuovamente incontrarmi con il suo sguardo con l'intenzione di tentare di leggere e decifrare come avevo letto e decifrato sino ad allora decine e decine di sguardi, ma mi spaventai a morte.
Quello sguardo maligno era impossibile a leggersi e tanto meno a decifrarsi.
Era affascinante e distante, innocente e furbo. Luce e buio, speranza e delusione.
Vergine e perverso, dolce e selvaggio.
Mancava e si voleva dimenticare. Senso e vuoto, fedeltà e tradimento: tutto.
Non avevo mai incontrato uno sguardo così neanche in una di quelle decine e decine di donne che mi erano capitate nella mia povera e finta vita, neanche in una delle altre mille che avevo incontrato nei libri.
All'improvviso sentii un pazzo desiderio di abbandonarmi da qualche parte, tutto solo.
Mentre mi allontanavo pensai, non senza dolore, a quale anima fosse stata capace di creare un mostro come quello sguardo.
Il suo sguardo mi seguì anche in casa. S'intrecciava tra le dita delle mani e dei piedi. S'inseriva tra le gambe di mia moglie e tra le fessure della porta: ora come un serpente, ora come un raggio di sole.
Quando andai a dormire pensai con terrore che soffrivo d'insonnia ancor prima che mi fosse capitato di incrociare il suo sguardo.
Il mattino dopo, steso sul letto e mentre ammiravo con indifferenza un grande scorpione nero sul seno piccolo e bianco di mia moglie, sentii di avere da una qualche parte sotto la fronte, tra gli occhi, un buco.
Istintivamente portai la mano dietro la testa: anche lì avevo un foro.
Poi notai sul cuscino una massa liquida. Qualcosa tra lo sperma maschile e la purea di patate: era il mio cervello. Lo toccai con il mignolo ed assaggiai: la sostanza era ancora calda ed aveva un gusto indefinito, qualcosa tra le lacrime e l'urina.
Capii chiaramente che stavo per impazzire. (Ridvan Dibra)

















